Quando la Scrittura restituisce speranza alle persone transgender e non solo
Riflessioni bibliche di Mattie Motl* pubblicate sul sito cristiano statunitense Yet Alive (Stati Uniti) il 16 giugno 2022. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Per molte persone poste ai margini, la Bibbia ha funzionato più come un’arma che come una scialuppa di salvataggio. È accaduto anche a tanti giovani transgender e a molte persone non binarie, che hanno faticato a trovare qualcuno in cui riconoscersi nelle proprie famiglie, nelle chiese e perfino nelle pagine della Scrittura.
Esiste però un racconto biblico che ha parlato in modo particolare a queste persone. È la storia dell’incontro tra Filippo e l’eunuco etiope narrata negli Atti degli Apostoli (Atti 8,26-40).
Questo brano ha spinto studiose e studiosi transgender, non binari e i loro sostenitori a rivendicare nel Vangelo di Gesù Cristo uno spazio per chi troppo spesso non riceve comprensione e rispetto nemmeno dai responsabili ecclesiali e da chi si occupa di accompagnamento pastorale.
Il Vangelo fino ai confini della terra
Luca, tradizionalmente considerato l’autore degli Atti, presenta il programma dell’intero libro riportando queste parole di Gesù: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (Atti 1,8, Bibbia CEI 2008).
Gli Atti costituiscono il seguito del Vangelo di Luca, anche se nell’ordine canonico del Nuovo Testamento i due libri sono separati dal Vangelo di Giovanni. Dovrebbero quindi essere letti l’uno alla luce dell’altro.
Dopo aver raccontato la nascita, il ministero, la morte e la risurrezione di Gesù, Luca narra l’azione dello Spirito Santo attraverso gli apostoli. Il Vangelo si espande da Gerusalemme alla Giudea, dalla Giudea alla Samaria e dalla Samaria fino agli estremi confini della terra (Craig L. Blomberg, From Pentecost to Patmos: An Introduction to Acts through Revelation, seconda edizione, Broadman & Holman, Nashville 2021).
All’inizio del capitolo 8, gli apostoli vengono dispersi nelle regioni della «Giudea e della Samaria». A partire dal versetto 26, però, accade qualcosa di nuovo: un angelo del Signore manda Filippo incontro a una singola persona.
Il biblista Howard I. Marshall osserva che il viaggio di Filippo e gli avvenimenti successivi sono presentati come un’iniziativa di Dio e come parte del suo progetto. La Chiesa non si sarebbe semplicemente imbattuta per caso nell’idea di annunciare il Vangelo ai non ebrei, ma avrebbe agito secondo una precisa volontà divina (Howard I. Marshall, Acts: An Introduction and Commentary, Tyndale New Testament Commentaries, vol. 5, InterVarsity Press, Downers Grove 1980).
L’incontro tra Filippo e l’eunuco è quindi interamente guidato dallo Spirito Santo.
L’eunuco proviene dall’Etiopia, nome che nel mondo antico indicava in modo piuttosto generico le regioni a sud dell’Egitto. La distanza e la scarsa conoscenza di quelle terre contribuivano a conferire loro un carattere quasi mitico ed esotico (Carl R. Holladay, Acts: A Commentary, The New Testament Library, Westminster John Knox Press, Louisville 2016). Filippo si trova dunque davanti a una persona molto diversa da quelle che era abituato a incontrare.
Potente, straniero ed eunuco
Come se la provenienza etiope non fosse già sufficiente a renderlo straniero, quest’uomo è anche un eunuco. Il termine “eunuco”, secondo l’etimologia tradizionale, significa “custode del letto”. Gli eunuchi erano generalmente uomini castrati ai quali venivano affidati incarichi di fiducia presso le corti e, in particolare, al servizio di sovrane.
Il racconto degli Atti lo presenta infatti come amministratore dei tesori di Candace, regina madre e sovrana dell’antico regno di Meroe. Doveva trattarsi di una persona potente, ricca, istruita e capace di leggere le Scritture.
Tuttavia, il potere e la ricchezza non sarebbero bastati a conferirgli piena rispettabilità nel mondo greco-romano. Gli eunuchi venivano spesso emarginati perché non rientravano perfettamente né nella categoria maschile né in quella femminile.
Il biblista Allison A. Trites osserva che, per volontà di Dio, Filippo incontra in quel preciso momento un eunuco etiope: una persona contemporaneamente esotica e disprezzata, potente e devota (Allison A. Trites e William J. Larkin, The Gospel of Luke and Acts, Cornerstone Biblical Commentary, vol. 12, Tyndale House Publishers, Carol Stream 2006).
L’autore degli Atti sembra presentare proprio questa persona come immagine dei «confini della terra» annunciati in Atti 1,8. Se il Vangelo può raggiungere qualcuno così lontano dalle categorie religiose, culturali e sessuali dominanti, allora le possibilità diventano infinite.
«E come potrei capire, se nessuno mi guida?»
Quando Filippo si avvicina al carro, l’eunuco sta leggendo ad alta voce il profeta Isaia. Filippo gli domanda: «Capisci quello che stai leggendo?». L’eunuco risponde: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (Atti 8,30-31).
Sta leggendo Isaia 53, il passo dedicato al servo sofferente: «Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita» (Atti 8,32-33).
Marshall sottolinea che non è casuale che, proprio nel momento in cui Filippo lo ascolta, l’eunuco stia leggendo un brano particolarmente adatto come punto di partenza per l’annuncio cristiano (Howard I. Marshall, Acts: An Introduction and Commentary, Tyndale New Testament Commentaries, vol. 5, InterVarsity Press, Downers Grove 1980).
È ancora più commovente immaginare quanto l’eunuco potesse riconoscersi nel servo sofferente: nella violenza subita dal corpo, nell’umiliazione e nell’impossibilità di avere una discendenza.
Aaron Perry scrive che l’eunuco, avendo sperimentato la violenza fisica della castrazione compiuta da altri per i propri interessi, poteva comprendere in modo particolare l’immagine dell’agnello condotto in silenzio al macello e sottoposto all’umiliazione (Aaron Perry, “Lift Up the Lowly and Bring Down the Exalted: Gender Studies, Organizations, and the Ethiopian Eunuch”, Journal of Religious Leadership, vol. 14, n. 1, primavera 2015, pp. 45-66).
Lo Spirito permette a Filippo di mostrargli che la persona nella quale si riconosce non è soltanto un lontano personaggio vissuto secoli prima, ma il Messia del mondo.
Dio, nella sua misericordia, ha preparato non soltanto il testo, ma anche qualcuno capace di interpretarlo (Allison A. Trites e William J. Larkin, The Gospel of Luke and Acts, Cornerstone Biblical Commentary, vol. 12, Tyndale House Publishers, Carol Stream 2006).
Dopo aver ascoltato la buona notizia, l’eunuco chiede di essere battezzato: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» (Atti 8,36).
Nonostante la sua condizione marginale e il disprezzo che lo circondava, viene accolto nella comunità dei credenti. Il racconto si conclude dicendo che proseguì il proprio cammino «pieno di gioia» (Atti 8,39).
Il progetto inclusivo della salvezza di Dio supera le condizioni fisiche, le barriere etniche e razziali e perfino le distanze geografiche. Lo Spirito Santo agisce con forza perché la buona notizia di Gesù Cristo possa raggiungere ogni persona.
Una persona tra i generi
L’identità di genere dell’eunuco etiope assume un significato particolare quando viene interpretata alla luce del contesto sociale e storico. Nel saggio “Neither Male nor Female”: The Ethiopian Eunuch in Acts 8.26-40, la biblista Brittany E. Wilson sostiene che non sia possibile comprendere questo personaggio senza considerare lo stretto legame tra condizione sociale, genere ed etnia nella cultura greco-romana.
Nei testi greci e romani, gli eunuchi appaiono come figure collocate ai confini del genere, con un piede nel mondo delle donne e uno in quello degli uomini. Erano considerati uomini “privati della virilità” o “non uomini”: figure ambigue che mettevano in crisi la divisione binaria tra maschio e femmina (Brittany E. Wilson, “‘Neither Male nor Female’: The Ethiopian Eunuch in Acts 8.26-40”, New Testament Studies, vol. 60, n. 3, luglio 2014, pp. 403-422).
Filone di Alessandria li definiva «né maschi né femmine». Nel II secolo lo scrittore satirico Luciano li descriveva invece come persone «né uomini né donne, ma qualcosa di composito, ibrido e mostruoso, estraneo alla natura umana» (Brittany E. Wilson, “‘Neither Male nor Female’: The Ethiopian Eunuch in Acts 8.26-40”, New Testament Studies, vol. 60, n. 3, luglio 2014, pp. 403-422).
Gli eunuchi venivano contemporaneamente considerati privi di desiderio sessuale e rappresentati come amanti dissoluti sia di uomini sia di donne. Anche l’eunuco degli Atti sarebbe stato sottoposto a questo tipo di sguardo.
Secondo Wilson, il personaggio rimane senza nome proprio perché Luca vuole che la sua condizione di eunuco costituisca il principio attraverso cui interpretare il racconto.
Questa esclusione non apparteneva soltanto alla cultura romana. Anche alcuni testi biblici escludevano gli eunuchi. In Levitico 21,17-23, per esempio, alle persone con determinate menomazioni fisiche non era permesso avvicinarsi all’altare come sacerdoti.
Un altro testo affermava: «Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato» (Deuteronomio 23,2).
Gli eunuchi potevano essere considerati violazioni viventi dei codici di purità israeliti, perché attraversavano i confini e il loro corpo non corrispondeva ai criteri di integrità fisica previsti dalla Legge (Katherine Apostolacus, “The Bible and the Transgender Christian: Mapping Transgender Hermeneutics in the 21st Century”, Journal of the Bible and Its Reception, vol. 5, n. 1, 2018, pp. 1-29, DOI: 10.1515/jbr-2016-0027).
L’eunuco non rientrava pienamente né nelle categorie ebraiche, né in quelle pagane.
Genere, etnia e potere
Wilson mette inoltre in relazione l’identità di genere con quella etnica. A causa della lontananza e del carattere esotico attribuito all’Etiopia, gli autori greci e romani descrivevano spesso anche gli etiopi come persone che trasgredivano le norme di genere.
I cosiddetti “barbari” venivano frequentemente rappresentati attraverso immagini di effeminatezza maschile o di mascolinità femminile. Nel racconto degli Atti, inoltre, l’eunuco dipende direttamente da una regina considerata “virile”, cioè da una donna che esercita un ruolo tradizionalmente attribuito agli uomini (Brittany E. Wilson, “‘Neither Male nor Female’: The Ethiopian Eunuch in Acts 8.26-40”, New Testament Studies, vol. 60, n. 3, luglio 2014, pp. 403-422).
Secondo gli standard greco-romani ed ebraici, in un eunuco non vi era qualcosa di pienamente maschile né di pienamente femminile. Era entrambe le cose e nessuna delle due: una persona collocata nel mezzo, nello spazio intermedio.
Il contesto storico ricostruito da Wilson aiuta a comprendere perché questo personaggio biblico occupi un posto tanto importante nel cuore di molte persone transgender e non binarie.
Scott Shauf accosta la condizione degli eunuchi a quella delle persone nate intersex, delle persone transgender nel senso più ampio del termine e di tutte quelle persone che non si conformano alle definizioni normative dei ruoli e delle identità di genere (Scott Shauf, “Locating the Eunuch: Characterization and Narrative Context in Acts 8:26-40”, The Catholic Biblical Quarterly, vol. 71, n. 4, ottobre 2009, pp. 762-775).
Austen Hartke e Myles Markham precisano però che le studiose e gli studiosi transgender non si interessano agli eunuchi biblici perché ritengono che questi si identificassero come transgender. Li studiano perché alcune delle esperienze vissute dagli eunuchi sono simili a quelle vissute oggi dalle persone transgender e intersex, soprattutto per quanto riguarda la discriminazione, l’oppressione e la disumanizzazione (Austen Hartke e Myles Markham, “What Does the Bible Say About Transgender People?”, HRC Foundation – Human Rights Campaign).
È importante evitare anacronismi: nel mondo greco-romano antico non esisteva il vocabolario moderno attraverso cui una persona può definirsi transgender, intersex o non binaria.
Esistono però forti somiglianze tra il modo in cui gli eunuchi venivano accolti e trattati nel mondo antico e quello in cui vengono trattate oggi molte persone che non si conformano alle norme di genere.
Kittredge Cherry riassume così il significato del passo: «Gli eunuchi erano emarginati sessuali nella società religiosa ebraica, proprio come oggi lo sono molte persone LGBT+ nelle Chiese» (Kittredge Cherry, “Philip and the Ethiopian Eunuch: Early Church Welcomed Queers in Bible Story”, QSpirit, 2021).
La comune esperienza di appartenere a una minoranza disprezzata e respinta permette a questo racconto di diventare uno spazio biblico nel quale tante persone possono finalmente riconoscersi.
Come Gesù guarda gli eunuchi
In un altro passo particolarmente significativo per le persone transgender, non binarie e intersex, Gesù stesso parla degli eunuchi: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Matteo 19,12).
Molte studiose e molti studiosi hanno discusso su quali persone possano essere comprese in queste categorie. La prima, per esempio, è stata talvolta messa in relazione con le persone intersex.
La cosa più importante, però, è osservare come Gesù tratta gli eunuchi. Non li umilia, non li ridicolizza e non li condanna.
Secondo Hartke e Markham, il fatto che Gesù parli positivamente di persone che, nel proprio tempo e nella propria cultura, oltrepassavano le categorie tradizionali del genere offre speranza a molte persone che vivono oggi esperienze simili (Austen Hartke e Myles Markham, “What Does the Bible Say About Transgender People?”, HRC Foundation – Human Rights Campaign,).
Se Cristo offre grazia e compassione a chi abita questi spazi intermedi, come possono i suoi credenti fare esattamente il contrario nel suo nome?
Finalmente qualcuno in cui riconoscersi
Qualche mese fa è uscita l’ennesima versione cinematografica di Cenerentola. Nonostante le recensioni poco generose, uno dei personaggi ha profondamente colpito mio fratello più piccolo.
La fata madrina, interpretata da Billy Porter, era un uomo nero con uno scintillante abito rosa acceso. Mio fratello, un bambino nero dai modi effeminati, si è immediatamente affezionato al personaggio. Per settimane non ha parlato d’altro che della “Favolosa Madrina”.
Per una volta aveva visto sullo schermo qualcuno nel quale poteva riconoscersi (Cinderella, regia di Kay Cannon, Fulwell 73, 2021).
Quando penso alla storia dell’eunuco etiope e alla sua importanza per le persone transgender, intersex e non binarie, non posso fare a meno di ricordare la luce negli occhi di mio fratello mentre guardava Billy Porter danzare con le ali da fata.
L’importanza della rappresentazione è una verità riconosciuta da tempo. Nella lettura proposta dall’autrice, uno dei primi non ebrei ad accogliere il Vangelo è una persona dalla pelle scura, con un’identità di genere ambigua agli occhi dei contemporanei, disprezzata ed esclusa dalla società. È un’immagine profondamente commovente.
La stessa Chiesa che oggi esclude
Purtroppo interpretazioni bibliche distorte, interessi politici, ignoranza e insensibilità spingono ancora molti responsabili ecclesiali ad allontanare le persone transgender, intersex e non binarie.
Ho sentito credenti usare nei loro confronti parole molto simili a quelle di Filone e Luciano. Ancora oggi le persone che non rientrano nelle categorie tradizionali del genere vengono trattate come esseri «ibridi e mostruosi, estranei alla natura umana».
L’autore degli Atti racconta la nascita della stessa Chiesa che oggi discrimina attivamente proprio le persone che lo Spirito Santo le ha chiamate ad amare e accogliere.
Secondo il rapporto nazionale 2021 del Trevor Project, il rispetto dei pronomi e la possibilità di modificare i documenti legali sono associati a tassi più bassi di tentativi di suicidio tra i giovani transgender e non binari (The Trevor Project, 2021 National Survey on LGBTQ Youth Mental Health, New York–West Hollywood 2021,).
Eppure molti credenti continuano a negare questa forma elementare di rispetto alle proprie sorelle e ai propri fratelli transgender, intersex e non binari. Eppure, nel Vangelo esistono rappresentazione e speranza per chi ne ha bisogno.
Che cosa impedisce loro di essere accolti?
Un giorno spero di svolgere un ministero pastorale. In quel ruolo sarà fondamentale portare il Vangelo di Gesù Cristo fino ai confini della terra: a ogni persona che incontrerò, indipendentemente dalla condizione sociale, dal genere o dalla sessualità.
Quando Filippo domanda all’eunuco etiope se comprende il passo di Isaia, questi risponde: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (Atti 8,31).
Meditando su questo racconto come strumento per il ministero, sono profondamente colpita da questa domanda. La Chiesa ha causato un dolore incalcolabile alle persone transgender, intersex e non binarie. Senza dubbio, questa sofferenza ha allontanato innumerevoli persone dalla Scrittura.
Eppure, nel Vangelo esistono rappresentazione e speranza per chi ne ha bisogno.
Mentre preparo il mio cuore al ministero in un mondo segnato dalla sofferenza di chi lotta con il proprio genere o con la propria sessualità, sento risuonare nella comunità LGBT+ una domanda: Come potranno riconoscere la speranza presente nella Scrittura, se non viene loro permesso di partecipare alla libertà che essa annuncia?
Spero di contribuire affinché la Chiesa diventi un luogo più attento e amorevole per tutte le persone: per un eunuco etiope del I secolo, per una donna transgender nera del XXI secolo e per chiunque si trovi nel mezzo.
* Mattie Mae Motl è stata studentessa del Master of Divinity al Denver Seminary negli Stati Uniti. Quando non studia, ama leggere poesie, bere tè e trascorrere il tempo con la propria famiglia. Vive a Denver (USA) con Ryan, il suo amore dai tempi della scuola, e la loro figlia Miriam.
Testo originale: Mattie Motl, “Justice Was Denied Them: The Ethiopian Eunuch and Hope in Representation”

