Vogliamo essere un “noi”che ha un posto dove fiorire nella nostra chiesa. Dalla veglia di Albano Laziale
Testimonianza di Samuele e Mattia, tenuta sabato 16 maggio 2026 nella parrocchia Santa Maria della Stella di Albano Laziale (Roma), durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia organizzata dalla Diocesi suburbicaria di Albano in collaborazione con La Tenda di Gionata ed il supporto del Festival della Comunicazione “Custodire voci e volti umani” (11–24 maggio 2026). Foto della Veglia di Luca Alessandro concesse da Firefly Produzioni*
MATTIA: Un mese fa, di ritorno dalla messa della domenica delle Palme, ci siamo imbattuti in una delle nostre vicine di casa che, notando i rametti d’ulivo che tenevamo in mano, ci sorride dicendo: “Ah, ma eravate anche voi in chiesa!”.
Dopo aver fatto un breve pezzo di strada insieme e scambiato qualche battuta, poco prima di allontanarsi lei si volta e si presenta: “Io sono Elena, comunque”. “Noi siamo Samuele e Mattia”, abbiamo risposto. Pur trattandosi di un’interazione comune, siamo tornati a casa con una strana gioia. Sentirci riconosciuti come coppia e accolti con semplicità ci ha colpito in maniera inaspettata.
C’era una bellezza sottile nel fatto che a fermarci fosse stata proprio una vicina di casa: qualcuno che abita il nostro stesso quotidiano, che incrocia i nostri passi tra un portone e l’altro e che, con estrema naturalezza, ha dato un nome e un volto alla nostra presenza nel quartiere.
Ma, soprattutto, quel calore è arrivato dal cuore della comunità cristiana. In un contesto in cui a volte ci si sente quasi in dovere di muoversi con passo felpato, scoprire che sotto l’ulivo benedetto c’era spazio per un sorriso così limpido ci ha restituito un senso di appartenenza profondo. Non eravamo “due spettatori”, eravamo parte di un “noi”. Ci siamo sentiti, semplicemente, e finalmente, a casa. Nella nostra vita però non sempre è stato così.
SAMUELE: Io, in particolare, ho frequentato assiduamente fin da piccolo la parrocchia del paesino siciliano da cui provengo, e per circa 14 anni sono stato parte attiva di un movimento cattolico di cui tutt’ora fa parte la mia famiglia di origine. Ma il giorno in cui ho fatto coming out è stato anche il mio ultimo giorno all’interno di quel gruppo.
Probabilmente mi sono imbattuto nella persona sbagliata, o nella persona giusta, a seconda dei punti di vista, poiché se non fosse stato per quell’episodio di profonda sofferenza, non credo che sarei qui adesso.
Oggi molte cose sono cambiate, ho una famiglia che, pur con i suoi tanti limiti, mi accoglie e mi riconosce, e circa 12 anni fa ho conosciuto i gruppi di cristiani LGBTQIA+ che mi hanno aiutato con la loro testimonianza a riconciliare la mia fede col mio orientamento sessuale e oggi ho deciso di essere anche io strumento di questa testimonianza.
E quando 3 anni fa mi è stato negato di poter fare da padrino di battesimo a mio nipote, per via della relazione con Mattia, è stato proprio grazie alla mia famiglia e a questi gruppi che ho potuto affrontare con uno spirito nuovo e senza sensi di colpa quest’ulteriore episodio che mi ha comunque lasciato molto amareggiato.
MATTIA: Io nella Chiesa ho sempre visto una seconda famiglia. Nella parrocchia, nel catechismo, nell’oratorio da bambino e da animatore nei campi estivi. Non ho mai dubitato però che Cristo, attraverso la Chiesa, mi avrebbe dimostrato il suo amore e così ha fatto, anche in modi che non capivo. Anche quando, piangendo, ho detto per la prima volta ad alta voce di essere gay, in confessione.
Così, dal parroco che mi aveva accompagnato per così tanti anni, mi sono sentito dire che avrei dovuto accettare questa croce e vivere in castità, in quel caso intesa come astinenza e solitudine.
Tuttavia, sempre lui, sentendo probabilmente di non essere abbastanza preparato, mi ha indirizzato verso un altro sacerdote. Di nuovo mi sento spezzare in due, questa volta da una domanda: “sei sicuro che questo sia il tuo vero bene?”. Il dubbio del peccato. Ero io in errore?
Eppure quando sentivo già di dovermi allontanare mi accenna a un gruppo di persone che come me vivevano il desiderio di coniugare la fede con la propria omosessualità.
È così che incontro Sergio, del gruppo di cristiani LGBTQ+ di Cremona. Lui mi parla di una realtà che non conoscevo, fatta di persone in cammino. Io però non vedevo croci sulle loro spalle… la vedevo nei loro occhi.
Così ho deciso di seguire quello stesso sentiero, dove il Signore – ne sono certo – ha voluto condurmi. Quel sentiero nel quale poi ho conosciuto Samuele.
Nel maggio del 2018, durante un ritiro spirituale tra le colline pavesi, i nostri occhi si sono incrociati per la prima volta. Da quello sguardo sono nate dinamiche semplici: un sorriso, una frequentazione, il primo bacio. Oggi siamo una coppia e stiamo insieme da otto anni.
Oggi cerchiamo di capire cosa significhi costruire una famiglia per una coppia arcobaleno. Quale forma? Quale obiettivo? Nel tempo abbiamo racchiuso tutto questo in una parola: fecondità. Cosa significa questo per noi, in uno Stato che mette un’etichetta diversa alla nostra unione e che preclude l’adozione? Non abbiamo ancora trovato una risposta esaustiva, ma vogliamo mettere le risorse che possediamo al servizio di chi nella vita ha incontrato ostacoli simili ai nostri.
In questi anni abbiamo sperimentato che esiste una Chiesa di persone concrete, aperta in modo autentico all’ascolto delle nostre storie di persone LGBTQ+, e parlo di operatori pastorali, di suore, di preti e di laici ovviamente.
All’interno dei nostri gruppi, presenti un po’ in tutta Italia, che promuovono l’integrazione della fede con la propria identità affettiva e sessuale, così come all’interno di diverse parrocchie, abbiamo avuto la prova concreta che la conoscenza reciproca cambia il pensiero e le azioni: ecco perché oggi siamo qui di fronte a voi a testimoniare noi stessi come coppia. Vogliamo farci conoscere e mostrare che, in fin dei conti, la nostra storia e le nostre dinamiche di coppia sono le stesse che vivono le coppie eterosessuali credenti.
La nostra è un’esperienza che si interroga continuamente e che desidera camminare insieme, con e nella Chiesa, nel sogno che ciascuno si senta sempre accolto e riconosciuto, sia come singolo che come coppia, senza dover rinunciare a nessun pezzo della propria identità.
Vogliamo essere come quel ramo d’ulivo che ha aperto al sorriso di Elena, la nostra vicina di casa: fecondità e testimonianza, senza chiedere privilegi, ma con la grazia di non dover più camminare a “passo felpato”: il diritto di essere un “noi” che, sotto lo stesso ulivo, ha finalmente trovato un nome e un posto dove fiorire.
* Scatti tratti dal girato realizzato durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia della diocesi di Albano, che confluirà in un documentario, in corso di realizzazione, curato dal regista Luca Alessandro per Firefly Produzioni. Un documentario che intende raccontare i percorsi di dialogo avviati tra alcune diocesi italiane e le persone LGBTQ+ credenti, insieme alle loro famiglie. Attraverso testimonianze, momenti di vita quotidiana e storie personali, sarà un documentario che darà voce a operatori pastorali, genitori cattolici che hanno vissuto il coming out dei figli e a credenti LGBTQ+ in cammino tra fede, ascolto e inclusione. Luca Alessandro, regista documentarista e titolare di Firefly Produzioni, è autore de “Il Terrorista nella Testa”, documentario dedicato al disturbo ossessivo compulsivo, attualmente distribuito da TV2000 e in precedenza da Rai Cinema, con passaggi su Rai 2 e RaiPlay. Il suo lavoro si concentra su tematiche sociali e di forte impatto umano, con l’obiettivo di raccontare storie autentiche, spesso poco esplorate dai media.

