Cronache di Ordinaria Omofobia. Quasi una lamentazione
Testo di Massimo Battaglio* tratto dall’ebook Cronache di ordinaria omofobia de La tenda di Gionata, aprile 2026, pp.6-11
Questa sera vorrei parlare al Signore di alcuni numeri che Lui conosce già, ma che molti di noi e molte nostre organizzazioni ignorano. Vorrei parlargli delle 2.104 vittime di omofobia, 1.521 uomini, di cui 38 transgender; e 583 donne di cui ben 235 transgender, che ho intercettato nei 14 anni in cui ho svolto la ricerca Cronache di Ordinaria Omofobia, cioè dal 7 ottobre 2012 al 7 aprile 2026.
Lui sa che non rappresentano tutta la piaga del fenomeno omofobo, ma solo quella piccola parte che riesce a emergere grazie al coraggio che i protagonisti hanno dimostrato accettando di metterci la faccia. In effetti ci va del coraggio poiché non è facile ammettere che una violenza subita sia dovuta al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere. E d’altra parte non è automatico che, una volta ammesso, tutti ci credano, a cominciare dalle forze di polizia.
Alcuni sostengono che le vittime «saranno al massimo 30 o 40 all’anno.» In realtà, 30 o 40 sono i processi che si chiudono con una sentenza in cui si identifica, grazie a qualche giudice attento, la causa del torto subìto. In assenza di una legge, non può che andare così. Ma il Dio della giustizia riconosce tutti i torti, anche quelli che non hanno una rilevanza penale come quella dei casi osservati.
Gli vorrei parlare di violenze corporali, come quelle sofferte da più della metà delle persone di cui ho intercettato la storia, violenze che vanno dalle botte – pensiamo ad esempio a quella ragazza trans di Reggio Emilia, sequestrata, violentata e infine rapinata nel 2015 – fino all’uccisione – sono 42 i casi di omicidio omofobo che mi è toccato registrare: ricordo per esempio quello avvenuto a San Martino in Rio nel 2021, quando un signore fu accoltellato dal figlio che aveva scoperto le sue frequentazioni gay. E ricordo la storia di Lucero, donna trans scomparsa il 26 giugno 2024 a Castel Fusano, il cui cadavere fu ritrovato il 6 luglio tra le sterpaglie, in stato di decomposizione e con segni di violenza.
E ancora quella di Gianluigi che, il 16 luglio dello stesso anno, aveva subìto una brutale aggressione durante il suo turno di lavoro come netturbino a Bari. È morto il 28 marzo 2025 in sala operatoria dopo numerosi interventi chirurgici presso diversi ospedali, dovuti ai danni subiti in quella notte d’estate.
Insieme a lui vorrei ricordare le tre donne trans di Alessandria, di Napoli e di Rivazzurra e le quattro di Roma, di cui non conosco nemmeno il nome. E poi Salvatore di Bari, Lucas di Bergamo, Marta di Brescia, Luca e Luca di Bologna, Maria Paola di Caivano, Antonio di Canaro, Marcio di Castelvolturno, Johanna di Cinisello, Claudio di Jerago, Ximena di Frosinone, Aldo e Alves di Milano, Congliang di Modena, Alex di Napoli, Gioacchino di Praia di Mare, Bruna di Rimini, Alessia di San Giorgio alle Pertiche, Camilla di Sarzana, Alessandro e Luigi di Siracusa, Sergiu di Spinea, don Mario di Tizzana, Francesca di Vallo, Eghianruwa di Vecchiano, e ancora Daniele, Mario, Andrea, Bathista, Naomi e Roberta nuovamente di Roma.
Ora sono vicini al Padre. Lo vorrei ringraziare di averli accolti nella sua luce; la luce con cui avvolge coloro che salgono prematuramente alla sua gloria per colpa della crudeltà di uomini che non capiscono le differenze.
Poi vorrei dirgli delle 480 vittime di aggressioni plurime, che hanno cioè colpito più persone insieme – come quei due uomini di Bologna che, nel giugno 2024, dopo aver già sopportato insulti e minacce da una baby gang del quartiere, si videro incendiare il portico di casa, o i quattro attivisti trans che, sempre a Bo- logna, furono accerchiati, insultati e presi a spintoni da un grup- po di ragazzi all’ingresso della loro sede sociale. Ma c’è chi dice che a lottare contro l’omofobia si finisce per ostacolare la libertà di espressione. Di fronte a questi fatti, non ho idea di cosa si possa esprimere di diverso dall’angoscia.
Queste e tante altre cose vorrei raccontare al Dio degli oppressi e dovrei chiedergli scusa se questa narrazione tradisce la mia rabbia. Egli saprà sicuramente raccoglierla e trasformarla in nuova forza, come faceva coi figli di Israele quando piangevano rabbiosamente davanti a Lui sui fiumi di Babilonia.
Vorrei pregare per quei ragazzi e quegli adulti che non ce l’hanno fatta e si sono tolti la vita, come Ale, Alessandro, Alex, Andrea, Antonio, Aurora, Chiara, Beatrice, Bruno, Ciro, Cloe, Daniele, Filippo, Francesca, Francesco, don Franco, Gabriele, Isabel, Mario, Marta, Mattia, Monica, Mohammed, Niccolò, Orlando, Paolo, Roberto, Simona, Simone, Stefano, Tiziano, Vittoria e altri 30 di cui non posso dire il nome.
Ma mancherei di rispetto ai tanti di cui non conosciamo neppure la storia poiché i parenti o gli amici non hanno voluto o potuto parlarne. È dura, per un genitore o un amico, ammettere le ragioni per cui un loro caro ha deciso di lasciare il mondo; ancora più difficile è rivelare che la causa era un’omosessualità non accettata dagli altri e forse neppure da sé stessi. Si teme di fare un ulteriore torto. E così, questi giovani martiri dell’odio (spesso meno che ventenni) vengono consegnati all’oblio, terzo torto ugualmente imbarazzante.
Ma al Dio degli ultimi voglio ricordare almeno quel ragazzo trans di 22 anni che, il 27 maggio 2024 a Vizzolo Prebadissi, finito in pronto soccorso, è stato violentato da un magazziniere e, il giorno dopo, nella disperazione, si è gettato dal quarto piano. E vorrei che nessuno dimenticasse quel giovane palermitano che fece piangere tutto il Paese senza che però nessuno ne dicesse il nome, che l’8 settembre 2024 si è tolto la vita lasciando una lettera straziante che comincia con: «Scusate se non sono mai riuscito ad amare una donna.»
Grazie al Cielo – e all’impegno di molti – queste storie di morte cercata come estremo rifugio sono meno di un tempo. Essere omosessuale o transessuale non è più percepito come una colpa, una macchia da espiare in modo così disperato. È però significativo che il gesto estremo si accompagni spesso a un malinteso senso di religione, come nel caso di quel ragazzo impiccatosi perché i genitori lo avevano convinto di meritare l’inferno, o di quel seminarista trovato appeso in giardino vicino a Torino – depressione, si disse, ma io l’avevo conosciuto poche settimane prima al centro d’ascolto di Arcigay.
Strazia il cuore quel biglietto lasciato da un quindicenne: «Qui nessuno mi capisce. Caro Gesù, vengo da te.» (…)
* Il torinese Massimo Battaglio è responsabile del progetto Cronache di Ordinaria Omofobia sui casi di omotransfobia in Italia, i cui dati sono raccolti on line, mese dopo mese, sul portale omofobia.org de La Tenda di Gionata. Il suo ebook Cronache di ordinaria omofobia può essere scaricato gratuitamente in formato PDF ed è stato realizzato da La Tenda di Gionata in occasione delle Veglie e i culti domenicali per il superamento dell’omotransbifobia che si terranno in tutta Italia nel maggio 2026, nell’ambito del progetto Cornerstone 2, finanziato dall’Otto per mille della Chiesa valdese, e realizzato col supporto della Commissione Fede, Genere e Sessualità (Fe.Ge.Se.) della chiesa Battista, Metodista e Valdese e del Global Network of Rainbow Catholics (GNRC).

