Al Dio della consolazione, vorrei poi parlare della violenza dell’omotransfobia
Testo di Massimo Battaglio tratto dall’ebook Cronache di ordinaria omofobia de La tenda di Gionata, aprile 2026, pp.6-8
Al Dio della consolazione, vorrei poi parlare della violenza più sottile, quella psicologica o che fa leva sui bisogni primari senza trafiggere il corpo. Gli vorrei dire di quelle 286 persone che sono state allontanate dalla casa dei genitori o che hanno dovuto andarsene prima che succedesse il peggio, o delle 90 licenziate o convinte a licenziarsi dal lavoro, o di quelle a cui è stata rifiutata una casa in affitto o una stanza in albergo o un tavolo al ristorante, o che hanno subìto danni alle proprie abitazioni, alle proprie auto o alle proprie attività imprenditoriali.
Ma dovrei menzionare anche quelle che sono state oggetto di stalking o di diffamazione con tutti i mezzi, non ultimi quelli informatici, e l’elenco si allungherebbe fino a 949 vittime accertate e chissà quante nascoste. E allora mi basta sapere che, per Lui, la dignità di ciascuno dei suoi figli vale tanto quanto il suo corpo e che i torti fatti ad essa sono indelebili quanto le cicatrici.
«Chi dice al fratello “stupido”, sarà sottoposto al sinedrio» (Mt 5,22)
La discriminazione e l’insulto non sono meno gravi delle ferite del corpo poiché segnano il cuore e la mente in modo indelebile. Inducono le vittime e i loro simili a vivere nel timore che le cose si ripetano e magari si aggravino, a sviluppare sensi di inade-guatezza e inferiorità che le accompagneranno per il resto dei loro giorni.
E non basterà sapere che «gli ultimi saranno i pri-mi» (Mt 20,16). Questa verità non sarà sufficiente a far svanire la paura, che è irrazionale e opprimerà lo stesso.
Eppure sembra che alcuni di noi, che ci diciamo credenti, si siano dimenticati di questo, preoccupati di ridurre il Vangelo a un fatto di tradizione e velluti da venerdì santo, e accaniti nel pretendere che gli altri rispettino un unico comandamento, il sesto, «non commettere atti impuri», dove la purezza, ovvia-mente, la decidono loro e deve coincidere con la loro opinione.
Qui non si tratta di opinioni ma di menti contorte. Si tratta di essere così infelici da voler impedire che siano felici gli altri, così deboli da doversi costruire nemici immaginari (il gender, questo mostro!) per avere qualcuno da disprezzare per sentirsi potenti.
Il disprezzo è poco meno grave delle botte e non si ripara con una multa ma solo attraverso la giustizia, la solidarietà e, per noi cristiani, la capacità di compatire. «Fac me tecum plángere» canta Jacopone da Todi nello Stabat Mater rivolgendosi alla Madre Dolorosa.
Vorrei poi dire al Dio degli afflitti che trovo assurda la differenza che, addirittura nell’omofobia, si riscontra tra persone di genere maschile e femminile o di identità cisgender e transgender. Le donne “biologiche” che denunciano episodi di omofobia sono solo il 16% del totale mentre i maschi “biologici” sono il 71%.
Per converso, le donne trans sono l’11% e gli uomini trans il 2%. I conti non tornano perché la nostra comunità è costituita per più di metà da femmine e solo per l’1% da persone che compiono un percorso di affermazione di genere.
Sarà forse che le donne sono più abituate a sopportare che a denunciare le ingiustizie subite? Sì: l’omofobia è maschilista. L’omofobo vede la donna come oggetto di desiderio e poco più. L’omofobo non è nemmeno in grado di riconoscere una donna lesbica: per lui resta una potenziale preda, una serva, un essere inferiore. La dimostrazione?
Il 35% delle vittime di violenza omofoba di sesso femminile sono state colpite singolarmente; il restante 65% in contesti di coppia. L’omofobo è talmente primitivo da non considerare che una donna potrebbe anche non essere interessata a lui. Lo capisce solo quando ne ha le prove.
E allora mena. E arriva a uccidere, se non gli corrisponde, come accadde a Elisa di Carpineto Piacentino.


