Quali cammini con le persone transgender nella chiesa cattolica?”
Intervento del giornalista Luciano Moia* tenuto all’incontro “PIETRE D’ANGOLO” (Firenze, 5 aprile 2025)
Nei confronti delle persone transgender l’atteggiamento della Chiesa è ancora pervaso da timidezze e contraddizioni. L’accoglienza pastorale è episodica e frammentaria quasi ovunque, e anche quando c’è un’apertura formale poi nello specifico si rimane nel vago.
Facciamo fatica ad interrogarci come comunità cristiane sulla necessità di approfondire esperienze, mettere a fuoco prospettive, incrementare conoscenze senza pregiudizi e senza ricette preconfezionate. In realtà quando parliamo di orientamento sessuale e, soprattutto, di identità di genere, prevalgono i luoghi comuni, gli stereotipi. Difficile trovare un educatore, ma anche un sacerdote che abbia le idee chiare.
Eppure, si tratta di snodi che è ormai urgente affrontare sotto il profilo culturale, educativo e pastorale, ma anche valorizzando il punto di vista delle persone lgbt credenti che vivono troppo spesso le incertezze e i silenzi della Chiesa come delusione e, talvolta, come sconfitta personale.
Perché una comunità credente incapace di offrire prospettive incoraggianti e spesso anche di esprimere considerazioni fondate, consapevoli e scientificamente coerenti sui tanti problemi connessi alla sessualità “difficile”, o comunque non convenzionale, vissuta da queste persone, è una comunità che rischia di auto-confinarsi in una roccaforte assediata, dove vincono le incomprensioni e i pregiudizi, i divieti e gli allarmismi.
Ma, mentre ci arrocchiamo sulla difensiva, incapaci di ascoltare, impauriti dalla necessità di interrogarci, incerti sulle modalità per risultare propositivi in modo originale, evangelicamente e umanamente accattivanti, la vita scorre da un’altra parte.
E noi rimaniamo sulla difensiva, incapaci di formulare ipotesi davvero convincenti e originali, incapaci di affrontare gli interrogativi antropologici e culturali dei nostri giorni. Inevitabile che poi anche la pastorale finisca per adeguarsi a un clima di incertezza, che troppo spesso nasconde indifferenza, se non sospetto.
Eppure, in questi ultimi anni, diciamo a partire dalla stagione sinodale voluta da papa Francesco (2013-2016) la Chiesa ha tentato in varie occasioni di uscire dalle mura del sospetto e di porsi qualche interrogativo.
Come spargere tra le persone transgender i semi di bene della comprensione, della benevolenza, dell’accoglienza e della misericordia? Come comprendere e accogliere? Qualcuno sostiene ancora la necessità di un’accoglienza pastorale “non specifica”, maniera neutra, magari un po’ distaccata, senza farsi troppo coinvolgere.
Ma per persone già segnate da una sensazione di marginalità se non di abbandono, può bastare una pastorale generica che non tenga conto di quello che la vita ha lasciato nell’anima di queste donne e di questi uomini costretti a lottare con un’identità incerta, comunque faticosa? Perché allora non incoraggiare una pastorale più consapevole, meditata e non episodica?
Una pastorale capace di guardare in faccia, senza falsi pudori, le scelte di queste persone – che poi “scelte” non sono, perché nessuno “sceglie” il proprio orientamento sessuale – e offrire proposte di vita cristiana capaci anche di riflettere su una lettura non binaria della sessualità come parte integrante della persona e delle sue scelte di fede?
Difficile, certamente. Anche perché si tratta di un ambito di indagine ancora poco o per nulla frequentato dalla teologia. Mentre sull’omosessualità esistono testi coraggiosi e alternativi – ma comunque di grande spessore culturale come quello di Aristide Fumagalli (L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana, Cittadella Editrice) ma non solo – sul mondo transgender siamo ancora in attesa di approfondimenti altrettanto importanti.
Eppure, si tratta di una sfida che il mondo cristiano non può più rimandare. Riflettere, discutere, approfondire, confrontare il dettato del reale con gli enunciati della norma non vuol dire negare, né contraddire, né pretendere di riscrivere ciò che sembrava assodato per sempre.
Significa soltanto osservare la realtà, tentare di comprenderla, non avere timore di porci anche le domande più scomode in vista del bene autentico e integrale delle persone. E quindi, senza timore, poniamoci la domanda più impegnativa: oltre al maschile e al femminile esiste altro?
Come possiamo addentrarci in una frontiera umana tanto nebulosa, in cui talvolta non riusciamo a distinguere i tratti? Come verificare se gli schemi a cui solitamente facciamo ricorso per raccontare la bellezza e il mistero della sessualità siano davvero esaustivi per tutte le situazioni reali, concrete, quelle che incontriamo nella vita di tutti i giorni? Ecco perché, oltre alla carità, serve volontà di comprendere e capacità di mettersi in discussione.
Tante le domande ancora da approfondire. A cominciare da quella più impegnativa: quello espresso nei confronti delle persone transessuali dalla Chiesa, dalle nostre comunità, dai noi sedicenti cristiani è stato finora un atteggiamento di autentica e reale misericordia cristiana?
Il pontificato di papa Francesco è stato da questo punto di vista uno choc benefico. Non è il caso di ripercorrere qui la svolta impressa dai tanti interventi sull’accoglienza dovuta a “todos, todos, todos”, nessuno escluso, sulle periferie esistenziali, sulla necessità che mai le nostre comunità si trasformino in “posti di dogana”.
Ma è certo che le parole dal n.250 di Amoris laetitia, dove Francesco dice tra l’altro che ogni persona “indipendentemente dal proprio orientamento sessuale” va accolta con dignità e rispetto, non possono lasciare indifferenti. È come se ci dicesse che i diversi orientamenti esistono, non vanno né giudicati, né demonizzati perché ogni persona eterosessuale, omosessuale o transessuale possiede innanzi tutto una dignità che le deriva dall’essere figlia o figlio di Dio.
L’aiuto che la Chiesa deve assicurare a chi manifesta “la tendenza omosessuale” e quindi – se ha senso la frase espressa poco prima – ogni altra tendenza, non va commisurato alla presunta qualità etica della tendenza stessa.
Non a caso si parla di “rispettoso accompagnamento” che vuol dire un accompagnamento offerto senza volontà di interferire, senza obiettivi di modificare in modo più o meno esplicito il profilo di quell’orientamento.
Ma l’accoglienza che va riservata ad ogni persona, “indipendentemente dal proprio orientamento sessuale” implica almeno altre due considerazioni, che sono allo stesso anche due potenti sollecitazioni a compiere un coraggioso salto culturale e pastorale.
Occorre considerare la possibilità che l’orientamento possa anche tradursi in un malessere interiore, in una difficoltà ad armonizzare la propria sessualità biologica con la propria identità di genere. E, allo stesso tempo, è indispensabile comprendere come costruire una proposta pastorale capace di integrarsi con le complessità derivanti da orientamenti e identità “non binarie” ma ugualmente e profondamente umane e reali.
È il Papa stesso che ce lo chiede, invitando ad assicurare “un rispettoso accompagnamento”. Ma per rispettare occorre conoscere. Per conoscere occorre avere l’umiltà di formarsi e di crescere in termini di consapevolezza.
Ora sembra largamente maggioritaria la convinzione secondo cui l’orientamento sessuale non segue schemi identici per tutti, non rispetta la nostra pretesa di definizione binaria.
Ecco perché occorre continuare a riflettere insieme, senza paure e senza schemi prefissati, consapevoli che la strada è ancora lunga. Dobbiamo superare alcune incertezze apparse sull’argomento nell’ultima parte del pontificato di papa Francesco – a cominciare da quanto si legge in Dignitas infinita a proposito del gender e della transessualità, dove le questioni vengono sintetizzate in modo quasi banalizzante – e soprattutto dobbiamo capire quale sarà l’atteggiamento di Leone XIV.
La grande questione della dignità umana legata all’identità sessuale non può più essere affrontata a colpi di divieti e di “sentenze” del magistero, ma con scelte di accoglienza pastorale nutrite di simpatia, coraggio e concretezza. Non stanchiamoci di ripeterlo e di raccontarlo.
*Luciano Moia è un giornalista di Avvenire dove, da oltre vent’anni, è caporedattore del supplemento mensile dedicato alla famiglia “Noi famiglia & vita”. È anche autore di una quindicina di libri, tra i più noti ci sono “Chiesa e omosessualità” (2020) e “Figli di un Dio minore? Le persone transgender e la loro dignità” (2022), nei quali affronta con rigore e umanità temi etici, familiari e pastorali.

