«Sogno di essere chi sono». Quando la Chiesa cattolica scopre che le persone LGBT+ sono già dentro
Nella Chiesa cattolica alcuni temi entrano dalla porta principale; altri rimangono per anni sul sagrato, in attesa che qualcuno decida se sia prudente farli accomodare. Le persone LGBT+ sembrano appartenere spesso alla seconda categoria. Con un piccolo particolare: in chiesa ci sono già. Pregano, cantano, leggono le Scritture, fanno catechismo, servono nelle parrocchie e, qualche volta, celebrano pure la Messa.
È da questa realtà, tanto evidente quanto ancora faticosa da nominare, che parte don Luca Lunardon nell’articolo «Sogno di essere chi sono». Verso un approccio “pastorale” ai cristiani LGBT, pubblicato nel 2025 su La Rivista del Clero Italiano.
Lunardon è un presbitero della diocesi di Vicenza, specializzato in teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana e docente di Etica della vita e delle relazioni presso l’ISSR di Vicenza. Nel suo libro, che nasce dalla sua tesi di licenza, Il principio di pastoralità. Recezione in teologia morale e pratica teologica nel campo dei cristiani LGBT+ (Studium, Roma 2025), sviluppa l’idea che la pastorale non sia il reparto “carezze e comprensione” della Chiesa cattolica, da aprire quando la dottrina ha già terminato il proprio lavoro. È invece un luogo nel quale la teologia nasce anche dall’ascolto delle persone e di ciò che il Vangelo sta già operando nelle loro vite.
In questo articolo invece ritorna sullo smarrimento di molti sacerdoti e operatori pastorali di fronte a questa realtà perché: «Molti presbiteri e operatori pastorali percepiscono di non essere attrezzati nell’accompagnamento dei loro cammini di fede, e ciò spesso causa atteggiamenti o silenzi che fanno sentire queste persone fuori posto».
Non essere preparati è comprensibile. Trasformare l’impreparazione in silenzio permanente, lo è un po’ meno. Perché anche un silenzio, soprattutto quando viene dalla Chiesa cattolica, può diventare una porta chiusa senza che nessuno abbia avuto il coraggio di chiuderla ufficialmente.
Lunardon racconta bene la condizione di confine vissuta da molti cristiani LGBT+ attraverso le parole di Giona, un giovane transgender: «Rischio di trovarmi due volte marginale. Nella comunità LGBT non è facile dirsi credenti. In questi contesti prevale molto spesso l’ateismo, o addirittura l’anticlericalismo. Ma, per altri aspetti, vivo l’esclusione anche all’interno della mia comunità. Ho la sensazione di non essere più benvoluto».
È la vita di chi si trova su un ponte: troppo credente per alcuni ambienti LGBT+, troppo LGBT+ per certi ambienti cattolici. Ma proprio chi abita un ponte può mettere in comunicazione rive che, da lontano, si lanciano volentieri qualche pietra.
Il passaggio più interessante dell’articolo riguarda però le parole che usiamo. Lunardon propone di superare persino i termini “accoglienza” e “integrazione”: «Sarebbe opportuno parlare non di accoglienza o di integrazione – termini che possono esprimere unidirezionalità, o un approccio dentro/fuori – ma di riconoscimento. Si tratta di riconoscere persone che sono già all’interno delle nostre assemblee liturgiche, dei nostri gruppi ecclesiali, dei nostri presbitèri».
La differenza non è piccola. Accogliere può significare: questa è casa mia, ma oggi sono buono e faccio entrare anche te. Riconoscere significa invece accorgersi che l’altra persona abita già lì, forse da prima di noi, e possiede persino le chiavi della sagrestia.
Lunardon non nasconde le tensioni presenti nell’insegnamento della Chiesa cattolica: ricostruisce l’evoluzione dei documenti sull’omosessualità, i pronunciamenti riguardanti le persone transgender, il peso delle teorie riparative e la situazione particolarmente delicata dei sacerdoti omosessuali. Lo fa senza lanciare anatemi, ma mostrando gli effetti concreti che certe formulazioni hanno avuto sulle vite delle persone.
A proposito della formazione sacerdotale, riporta una riflessione particolarmente incisiva: il celibato non può diventare «una specie di modalità nobile per “parcheggiare” la propria sessualità, immaginando che dovendo obbligatoriamente essere celibi si possano esimere dal confronto con questa dimensione della loro vita».
Immagine azzeccata: la sessualità, però, non è un’automobile. Anche lasciandola in un parcheggio ecclesiastico ben custodito, prima o poi bisognerà tornare a occuparsene. Meglio farlo con libertà, competenza e verità, invece di affidarsi al sempre popolare metodo pastorale del “non ne parliamo e vediamo se passa”.
Da qui nasce la proposta centrale di Lunardon: «Il senso di una pastorale con – e non per – le persone LGBT è porsi accanto a loro per cercare insieme».
Quel “con” cambia la prospettiva. I cristiani LGBT+ non sono destinatari passivi di attenzioni, concessioni o istruzioni per l’uso. Sono credenti con cui camminare, pregare e discernere. La Chiesa cattolica non è chiamata soltanto a fare qualcosa “per loro”, ma a lasciarsi interrogare e arricchire dalla loro esperienza di fede.
L’articolo termina con un’affermazione che contiene forse tutto il suo significato: «Solo così, da presbiteri e da operatori pastorali riconciliati, possiamo porci in modo autenticamente pastorale, facendo sì che coloro che hanno un orientamento sessuale o un’identità di genere minoritari vivano comunitariamente la propria esperienza di fede e di salvezza. Conoscendo davvero chi sono, tutti potranno essere arricchiti da quella parte di Vangelo che risuona nella loro vita, e che altrimenti non potrebbe essere annunciata».
Il titolo, «Sogno di essere chi sono», esprime una richiesta apparentemente minima e tuttavia ancora rivoluzionaria: poter entrare nella Chiesa cattolica senza dover lasciare una parte di sé nel guardaroba.
Forse il primo passo pastorale è proprio questo: smettere di discutere soltanto su come “accogliere” le persone LGBT+ e cominciare finalmente a riconoscere il Vangelo che esse stanno già vivendo e annunciando.
* Luca Lunardon è un presbitero della diocesi di Vicenza e docente di etica teologica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Vicenza e la Pontificia Università Gregoriana. Nel volume Il principio di pastoralità, pubblicato nel 2025, ha approfondito il rapporto tra teologia morale, esperienza e cristiani LGBT+.
Nel suo libro più recente, Incontri che trasformano. Teologia dell’accompagnamento e pratiche di vita (Marcianum Press, 2026), allarga lo sguardo alle coppie conviventi, alle persone LGBT+ e ai percorsi di procreazione medicalmente assistita, mostrando come l’accompagnamento non sia il reparto “carezze e comprensione” della Chiesa cattolica, ma un luogo nel quale anche la teologia può imparare qualcosa dalle vite reali.
Per approfondire:
Luca Lunardon, «Sogno di essere chi sono». Verso un approccio “pastorale” ai cristiani LGBT, articolo in La Rivista del Clero Italiano, n. 5, 2025, pp.368-380.
Luca Lunardon, Il principio di pastoralità. Recezione in teologia morale e pratica teologica nel campo dei cristiani LGBT+, Studium, Roma 2025, 360 pagine
Luca Lunardon, Incontri che trasformano. Teologia dell’accompagnamento e pratiche di vita, prefazione di Luciano Moia, postfazione di Stella Morra, Marcianum Press, 2026, 248 pagine

